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	<title>Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea</title>
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		<title>Avanti popolo: il PCI nella storia d&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Mar 2011 19:38:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>bernini</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[La Fondazione Istituto Gramsci, la Fondazione Cespe-Centro Studi di Politica Economica, l’Istituto Gramsci Toscana, l’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Livorno, il Comune di Livorno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Fondazione Istituto Gramsci, la Fondazione Cespe-Centro Studi di Politica Economica,<br />
l’Istituto Gramsci Toscana, l’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Livorno,<br />
il Comune di Livorno e la Regione Toscana hanno il piacere di invitarla all’inaugurazione<br />
della mostra “il PCI nella storia d’Italia 1921-1991”<br />
che si terrà a Livorno, sabato 26 marzo 2011 dalle ore 16.00 alle ore 19<br />
presso i Bottini dell’Olio, viale Caprera.<br />
ore 17.30<br />
Il Partito Comunista Italiano tra storia e memoria<br />
parteciperanno:<br />
Michele Ventura<br />
Giovanni Gozzini<br />
Silvio Pons</p>
<p>La mostra rimarrà aperta fino al 10 aprile tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 19.</p>
<p>Di seguito alcuni degli eventi che caratterizzeranno la mostra nel corso della sua esposizione a Livorno:</p>
<p>Recital di Cosimo Cinieri<br />
&#8220;Lettere dal carcere di Antonio Gramsci&#8221;<br />
regia di Irma I. Palazzo<br />
Domenica 27 marzo ore 17,00, Bottini dell&#8217;Olio, Viale Caprera;</p>
<p>giovedì 31 marzo ore 17<br />
La trasformazione dell&#8217;Italia nel secondo dopoguerra.<br />
Incontro con Ermanno Taviani, Paolo De Simonis, Giancarlo Falco</p>
<p>Il Pci nella satira<br />
Sergio Staino, Oriano Niccolai, Gianni Cuperlo<br />
Sabato 2 aprile, ore 17,00, Bottini dell&#8217;Olio, Viale Caprera</p>
<p>Martedì 5 aprile, ore 17<br />
Il più grande sindacato italiano e i suoi rapporti con il PCI<br />
Incontro con Stefano Musso, Maria Luisa Righi, Alessio Gramolati. Coordina Catia SOnetti</p>
<p>Proiezione del film<br />
Anch&#8217;io ero comunista&#8221;<br />
e incontro con il regista, Mimmo Calopresti e Serafino Fasulo<br />
Sala Kino Dessé<br />
Giovedì 7 aprile ore 17,00, Sala Kino Dessé, Via dell&#8217;Angiolo 19</p>
<p>Venerdì 8 aprile, ore 17<br />
I &#8220;rossi&#8221; amministrano la Toscana<br />
Incontro con Marco Mannucci, Claudio Martini, Enrico Rossi. Coordina Vittorio Cioni</p>
<p>Domenica 10 apriile, ore 17<br />
Il ruolo delle donne nei cambiamenti culturali e nelle scelte politiche del PCI.<br />
Incontro con Lucia Motti, Marisa Rodano, Vittoria Franco.<br />
Coordina Laura Bandini</p>
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		<title>Giorno del ricordo 2011</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Feb 2011 10:44:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>bernini</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;&#8230;.siamo partiti su una nave....&#8221; è il titolo che quest&#8217;anno l&#8217;Istituto Stroico della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Livorno ha dato all&#8217;iniziativa per il Giorno del ricordo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;<em>&#8230;.siamo partiti su una nave..</em><strong>..&#8221; è il titolo che quest&#8217;anno l&#8217;Istituto Stroico della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Livorno ha dato all&#8217;iniziativa per il </strong><strong>Giorno del ricordo 2011</strong>.</p>
<p>L&#8217;iniziativa realizzata con il sostegno della Provincia e del Comune di Livorno rappresenta un modo per discutere e riflettere su un pezzo di storia italiana ed europea che troppo spesso è stata preda delle banalizzazioni e delle <strong>interpretazioni ideologiche</strong> e prive di fondamento storico.</p>
<p>La questione dell&#8217;<strong>esodo istriano-dalmata</strong> oltre a evocare strani fantasmi e meccanismi di rimozione è diventato oggetto di strumentalizzazioni che necessariamente devono essere riportate all&#8217;interno di un dibattito storico e fondato.</p>
<p>Con questo spirito anche quest&#8217;anno l&#8217;ISTORECO ha voluto organizzare un momento di riflessione comune a cui invita tutta la comunità cittadina.</p>
<p><strong>Giovedì 10 febbraio</strong></p>
<p><strong>ore 16.30</strong></p>
<p><strong>Palazzo Granducale<br />
P.zza del Municipio, 4</strong></p>
<p><em>Saluti delle autorità</em></p>
<p>Coordina:<br />
<strong>Catia Sonetti</strong><br />
<em>Direttore  ISTORECO Livorno</em></p>
<p>Intervento di<br />
<strong>Enrico Miletto</strong><br />
Istituto Storico di Torino</p>
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		<title>Il programma delle iniziative per il Giorno della Memoria 2011.</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Dec 2010 10:14:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>istoreco</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo il programma delle iniziative che si svolgeranno nel mese di gennaio sia a Livorno che in Provincia in occasione della Giornata della Memoria. Quest&#8217;anno tutti gli incontri saranno caratterizzati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblichiamo il programma delle iniziative che si svolgeranno nel mese di gennaio sia a Livorno che in Provincia in occasione della Giornata della Memoria.<br />
<span id="more-247"></span><br />
Quest&#8217;anno tutti gli incontri saranno caratterizzati dalla presenza di <strong>Hanna Kugler Weiss</strong> superstite sopravvissuta ad <strong>Auschwitz</strong>; sarà l&#8217;occasione per dare un senso di contingenza e di riflessione diretta su quello che è stata la tragedia dell&#8217;Olocausto, ma anche un modo per riflettere sull&#8217;attualità.<br />
Hanna Kugler Weiss ha scritto anche un libro, &#8220;<em>Racconta. Fiume-Birkenau-Israele</em>&#8221; una testimonianza e una biografia della sua drammatica esperienza ad Auschwitz.</p>
<p>Di seguito il programma: </p>
<p>GIORNO DELLA MEMORIA 2011</p>
<p>PROGRAMMAZIONE DEGLI INCONTRI DI <strong>HANNA KUGLER WEISS </strong><br />
CON GLI STUDENTI DELLLE SCUOLE DI LIVORNO E PROVINCIA</p>
<p><em>Giovedì 13 gennaio</em>: CASTAGNETO CARDUCCI – ore 10.30  c/o Teatro “Roma”<br />
<em>Venerdì 14 gennaio</em>: CECINA – ore 10.30 c/o Liceo “Fermi”<br />
<em>Sabato 15 gennaio</em>:  PORTOFERRAIO – ore 10.30 c/o Centro Culturale De Laugier<br />
<em>Lunedì  17 gennaio</em>: ROSIGNANO – ore 10.30 c/o ISIS “Mattei”<br />
<em>Martedì 18 gennaio</em>: PIOMBINO – ore 10.30 c/o Palazzetto dello Sport<br />
<em>Giovedì 20 gennaio</em>: S. VINCENZO – ore 10.30 c/o Scuola “Mascagni”; ore 16.00 c/o Biblioteca Comunale<br />
<em>Venerdì  21 gennaio</em>:     LIVORNO –  ore 10.30 c/o Teatro “4 Mori”<br />
<em>Sabato   22 gennaio</em>:      CAMPIGLIA – ore 10.30 c/o Palazzo della Cevalco (zona fieristica di Venturina)<br />
<em>Martedì  25 gennaio</em><em>:     COLLESALVETTI &#8211;  ore 10.00 c/o scuola secondaria 1° di Stagno – ore 11.30 c/o scuola secondaria 1° grado di Collesalvetti</p>
<p><strong>Gli incontri si svolgeranno dalle 10.30 alle 12.30</strong></em></p>
<p>Conferenza del <strong>prof. Emanuele Zinato</strong> su, <em>Primo Levi: oltre la testimonianza. Una memoria cognitiva</em>, a <strong>Piombino il 27 gennaio</strong> alle ore 16 nella Sala del Consiglio Comunale.</p>
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		<title>Storie, storiografie e autobiografie. Bilanci del ‘900 di Claudio Pavone</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Nov 2010 10:03:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>istoreco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iniziative]]></category>

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		<description><![CDATA[Una riflessione storico culturale sui testi e le teorie di Claudio Pavone, Storie, storiografie e autobiografie, si presenta come un bilancio storico e storiografico del &#8217;900 che intende discutere sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una riflessione storico culturale sui testi e le teorie di <strong>Claudio Pavone</strong>, <em>Storie, storiografie e autobiografie</em>, si presenta come un <strong>bilancio storico e storiografico del &#8217;900 </strong>che intende discutere sulla storia a partire dalla presenza di <strong><span style="font-weight: normal;"><strong>tante storie e tante letture</strong> </span></strong>degli stessi processi.</p>
<p>Un filo che si intreccia e che tiene unite nello stesso solco, tante biografie che hanno composto la storia e le <em>narrazioni del secolo scorso</em>.</p>
<p><strong>Martedì 9 novembre · 16.00 &#8211; 19.30</strong></p>
<p><strong>ISTORECO &#8211; sala riunioni, 1° piano Via Marradi, 116</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Vittorio Foa e le lettere della giovinezza.</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Nov 2010 09:49:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>istoreco</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Presentazione del libro di Vittorio Foa, una voce libera dal carcere fascista, interverrranno Federica Montevecchi, Università di Parma e Vittorio Cioni, Anpi Livorno. Martedi 2 novembre alle ore 16 presso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Presentazione del libro di<strong> Vittorio Foa</strong>, una voce libera dal carcere fascista, interverrranno <strong>Federica Montevecchi</strong>, <em>Università di Parma</em> e <strong>Vittorio Cioni</strong>, <em><span class="text_exposed_show"><span id="more-226"></span></span>Anpi Livorno</em>.</p>
<p><strong>Martedi 2 novembre alle ore 16 </strong></p>
<p>presso</p>
<p><strong>ISTORECO &#8211; </strong>sala riunioni<strong>, 1° piano Via Marradi, 116 &#8211; Livorno</strong></p>
<p><em>Tratto dalla</em> <strong>presentazione delle edizioni Einaudi</strong>:</p>
<p>&#8221; Mentre tutto il mondo cambiava attraverso guerre, stermini e odi razziali, Foa affermava con le sue lettere, settimana dopo settimana, la volontà di dare comunque un senso alla propria vita e di costruire un futuro. E il c<span class="text_exposed_show">arcere consentiva al giovanissimo cospiratore torinese di «Giustizia e Libertà» di approfondire la propria formazione, soprattutto attraverso lo studio con uomini come Riccardo Bauer e Emesto Rossi. Fu un esercizio della mente come scelta radicale e assoluta: piú stretta era la costrizione, piú determinata la voglia di provare nuovi percorsi, Nelle lettere del 1938-39 i commenti sulla campagna razziale italiana sono una singolare eccezione al silenzio imposto agli ebrei di quel tempo. Paradossalmente la sola libertà di giudizio venne dal fondo di un carcere.</span></p>
<p>Nell&#8217;insieme queste lettere costituiscono un sorprendente documento, ricco di spunti sempre sorretti da un linguaggio privo di retorica: la loro lettura viene a riempire di nuove ragioni il delicato passaggio dell&#8217;ltalia dal fascismo alla democrazia. Molte delle lettere di Foa subirono l&#8217;operato della censura. Alcuni passi resi illeggibili dall&#8217;inchiostro coprente sono stati per la prima volta letti in occasione di questa edizione grazie ad apparecchi in dotazione alla Polizia scientifica. Un atto certamente simbolico di necessaria riparazione.&#8221;</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Pino Ferraris. Lavorare senza gli altri?</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Oct 2010 12:39:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>istoreco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iniziative]]></category>
		<category><![CDATA[Testi]]></category>

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		<description><![CDATA[Lavorare senza gli altri? Il lavoro e il problema della solidarietà Il titolo di questo mio intervento riprende e traduce il titolo di un recente libro della sociologa del lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lavorare senza gli altri?  Il lavoro e il problema della solidarietà</strong></p>
<p>Il titolo di questo mio intervento riprende e traduce il titolo di un recente libro della  sociologa del lavoro  Danièle Linhard: “Travailler sans les autres ?”</p>
<p><em>La tesi centrale dello scritto, supportata da inchieste sul campo, consiste nel dimostrare che la modernizzazione manageriale e tecnologica degli ultimi venti anni ha comportato un processo di rapida e devastante  usura della solidarietà nella concretezza del vissuto del lavoro. </em></p>
<p>Qui starebbe una delle radici  della catastrofe del lavoro e dei sui drammi.</p>
<p>Un mio recente tentativo di analisi dei suicidi sul posto di lavoro  che si sono succeduti in Francia in questi ultimi anni tra operai professionali, tecnici, ingegneri e impiegati,   ha consolidato l’ ipotesi della Linhard.<span id="more-224"></span></p>
<p>Il lucido e tagliente commento dello psicoanalista del lavoro Christhophe  Dejours  ad un’ indagine sui suicidi sul lavoro nell’azienda di Marmott, negli anni 1997-98,  indica nella “svolta gestionaria” partita in Francia negli anni ’80 una radicale svalutazione del lavoro. Essa si realizza attraverso  l’individualizzazione degli obbiettivi e la sollecitazione alla competizione tra lavoratori che  “colpiscono al cuore  ogni sistema di cooperazione e di solidarietà”.</p>
<p>Il commento di Dejours accompagna il rapporto della psicologa del lavoro Florence Bégue che ha lavorato un anno sul “caso Marmott” nel libro pubblicato l’anno scorso con il titolo: “Suicidio e lavoro. Che fare? Rompere il silenzio”. Secondo gli autori non si tratta solo si rompere il silenzio <em>sul </em> lavoro ma anche il silenzio <em>dei </em> lavoratori.<!--more--></p>
<p>“E’ straordinario – scrive Bégue – il contrasto tra ciò che è emerso dai colloqui personali e ciò che si incontra andando nei luoghi di lavoro. Il silenzio domina… Il sentimento di insicurezza, la paura, l’angoscia onnipresenti generano un ripiegamento su se stessi, l’isolamento,il sospetto, la rimozione”. La perdita della relazione comunicativa solidale interrompe contemporaneamente la capacità di interpretazione del proprio vissuto lavorativo. I lavoratori perdono la parola.</p>
<p>Un capitolo del  libro della Linhard si intitola: “La nostalgia di una vera  vita”.<!--more--></p>
<p>In questo capitolo la sociologa  raccoglie interviste di operai non più giovani che hanno vissuto la transizione dalla dura e pesantissima condizione del lavoro nella fabbrica fordista alla fabbrica attuale ad elevata automazione che ha eliminato parecchie delle operazioni più faticose, più degradanti. . Il commento degli  operai è paradossale:  dentro quel “bagno penale” dei tempi passati c’era più “umanità”. Allora, all’interno delle necessità produttive si manifestava un aiuto reciproco, si comunicavano astuzie e saperi per far andare avanti il lavoro e insieme risparmiare tempo e  fatica.  Ci si parlava, ci si esprimeva.  “Oggi non c’è più solidarietà, calore, aiuto reciproco. Ognuno è nel proprio angolo, pensa solo a se stesso, c’è concorrenza, non si stringono più le mani..”  In questi discorsi , commenta Linhard,  si esprime anche la nostalgia della giovinezza, di un fase di maggiore conflittualità e potere dei lavoratori, però sicuramente essi tracciano anche un percorso molto rapido di  destrutturazione di una identità collettiva e di una cultura solidaristica che vivevano e si riproducevano nella quotidianità del rapporto di lavoro.<!--more--></p>
<p>Nel libro di Catia Sonetti “Dentro la mutazione” c’è un caso esemplare di racconto di questa rapida  trasformazione, quello di Bigongiali “vecchio” operaio della Saint-Gobain che ricorda gli anni in cui il lavoro era “bestiale” ma ogni operaio stava accanto all’altro e ci si  parlava continuamente della fabbrica e della vita , “  e c’era tanta solidarietà. . Dando uno schizzo rapido del mutamento della fabbrica egli  conclude: “Prima  reparti pieni di uomini e di donne, ora reparti smisurati e vuoti, è tutto elettronico,  per comunicare con un compagno di lavoro devi usare il telefono”.<!--more--></p>
<p>L’automazione a tecnologia elettronica, la robotica, sostituisce e trasforma il lavoro operaio. Le macchine, nella fabbrica moderna, dialogano tra  loro, ma  gli operatori lavorano a distanza ed hanno minori possibilità di relazione; la fatica fisica si riduce ma aumenta  l’impegno psichico  e mentale, i raggruppamenti professionali si frantumano, i gruppi omogenei di reparto si scompongono: la polivalenza, la flessibilità, gli orari variabili muovono, dividono, interrompono le relazioni tra lavoratori.<!--more--></p>
<p>Una precisa e aggressiva condotta manageriale punta ad individualizzare il lavoro con obbiettivi di risultato e retribuzioni personalizzate, con la stimolazione di condotte concorrenziali tra i lavoratori sui controlli di qualità e sul rendimento. La fabbrica diventa una giungla, c’è mobbing, competizione, solitudine e soprattutto silenzio tra i lavoratori.</p>
<p>Quando nei primi anni 80 analizzavo con Angelo Dina, per conto della Fiom, l’automazione flessibile di sostituzione del lavoro umano nelle fabbriche, la robotica,  si iniziavano a vedere queste conseguenze sul lavoro ma l’ossessione allora era il pericolo della disoccupazione tecnologica.</p>
<p>Sottovalutavamo un altro aspetto delle nuove tecnologie che avrebbe avuto effetti più dirompenti:  la  cosiddetta automazione di integrazione, la capacità della direzione aziendale, attraverso la rete informatica, di controllare e gestire in tempo reale  punti di lavoro disseminati a grande distanza nello spazio.<!--more--></p>
<p>Nel corso di quasi due secoli di industrialismo, da Manchester a Detroit, abbiamo visto che la massima  centralizzazione del comando tecnico  sulla produzione andava di pari passo con la concentrazione territoriale di uomini e macchine. La gestione informatizzata dei processi oggi  dissocia la cooperazione tecnica dalla cooperazione sociale: il governo tecnico centralizzato dei processi di lavoro e di produzione può andare di pari passo con la disseminazione dei punti di produzione e la dispersione dei lavoratori.</p>
<p>Decentramento, esternalizzazioni, sub-forniture, catene lunghe di appalti e sub-appalti, delocalizzazioni cambiano la fisionomia del tessuto produttivo, rovesciano la  tradizionale geografia del lavoro. Alla forza collettiva  di masse operaie fisicamente concentrate in collaborazione produttiva e in coalizione rivendicativa, si sostituisce una galassia dispersa, variegata di imprese, una sempre più vasta e inafferrabile periferia di lavoro più instabile, meno tutelato, più differenziato e isolato. Pensavamo nei primi anni 80 che l’ideale del capitalismo ipertecnicizzato fosse la fabbrica automatica senza operai, in realtà l’ideale sembra essere quello degli operai senza fabbrica.<!--more--></p>
<p>Questo doppio movimento di <em>individualizzazion</em>e  del lavoro in fabbrica e  di <em>dispersione</em> dei lavoratori in catene  lunghe di  micro-imprese, disseminate nello spazio, mette in crisi le forme storiche e istituzionalizzate della solidarietà , della coalizione, della associazione. dei lavoratori.</p>
<p>Del resto c’è stato, e c’è tutt’ora,  disorientamento nella ricerca di vie nuove della solidarietà dentro il lavoro e tra i lavoratori, un disorientamento che rimanda a  dissensi sul concetto stesso  di solidarietà.</p>
<p>Nei primi anni 90 Rainer Zoll, un amico sociologo tedesco molto legato al  sindacato, mi inviò un suo libro intitolato “Nuovo individualismo e solidarietà quotidiana”.  Egli sulla base dell’analisi di storie di vita di giovani lavoratori e lavoratrici giungeva a concludere che i giovani avevano ormai un rapporto puramente strumentale con il lavoro, che si erano esauriti gli spazi di ricerca espressiva e solidaristica dentro il lavoro. I giovani esprimono un individualismo solidale –scriveva-  che si manifesta in  forme di convivialità e di altruismo fuori dal lavoro, negli ambiti di vita.<!--more--></p>
<p>Erano gli anni del volontariato, Manconi  opponeva egoismo ed altruismo, Pizzorno contrapponeva sistema degli interessi e sistema delle solidarietà. Il concetto di solidarietà si confonde con l’altruismo, la generosità, la convivialità.</p>
<p>Quando nel titolo delle tesi del XII Congresso della CGIL , verso la metà degli anni 90, accanto alla “strategia dei diritti” si colloca l “etica della solidarietà”, questo secondo tema  trova difficoltà ad imporsi. All’interno della cultura prevalente di quel sindacato l’idea di solidarietà veniva vista come generosità oblativa, come qualche cosa di “cattolico”.</p>
<p>Nella cultura di sinistra  è andata persa la comprensione della contemporaneità genetica ( soprattutto nella rivoluzione parigina del 1848) tra il concetto e l’esperienza della solidarietà e la nascita del  movimento operaio e socialista. Solidarietà significò insieme la difesa dell’<em> interesse </em>dei lavoratori e  l’espressione di  un <em>sentimento morale</em> che, congiuntamente,  alimentarono la grande onda dell’agire cooperativo dei lavoratori (contro il “self help” individualistico e contro l’oblazione filantropica o caritatevole). L’agire cooperativo, il far da sé solidale,  nel corso del XIX secolo produsse  le forme molteplici dell’associazionismo operaio: dal mutuo soccorso alle leghe di resistenza, dal movimento cooperativo alle Università popolari,  dalle Case del popolo al partito politico di massa.<!--more--></p>
<p>Fu nel 1848 parigino che sui giornali operai dopo Libérté ed Egalité apparve Solidariété al posto di Fratérnité.</p>
<p>Infatti solo l’eliminazione delle concorrenza tra i lavoratori nell’azione cooperativa può permettere agli operai di cercare di superare l’enorme  asimmetria di potere che essi vivono e subiscono nel lavoro e nella società.</p>
<p>Nella tradizione marxista della seconda e terza internazionale ricorre poco il termine solidarietà. E’ un concetto più legato alla prima internazionale.</p>
<p>Vi sono ragioni culturali e  motivi storici, fattuali che convergono.<!--more--></p>
<p>In primo luogo nelle culture di fine Ottocento e di tutto il Novecento prevale una concezione monolitica della classe operaia, mentre il termine di solidarietà richiama la cooperazione  nonostante la diversità: la solidarietà è un modo di confederare l’eterogeneo, il diverso..</p>
<p>Inoltre l’idea di solidarietà richiama l’esperienza sociale diretta  come ciò che sta prima ed a fondamento della  forme associative, dei risultati organizzativi. Essa mette quindi in discussione la visione giacobina dell’ autonoma separatezza del momento organizzativo rispetto all’immediatezza del vissuto sociale.</p>
<p>Queste visioni culturali venivano poi rafforzate dai formidabili processi storici di istituzionalizzazione delle forme della  solidarietà attraverso l’affermazione dei partiti burocratici di massa, i grandi apparati sindacali e il “welfare state”.<!--more--></p>
<p>L’istituzionalizzazione delle solidarietà ha avuto conseguenze ambivalenti.</p>
<p>Da un lato ha generalizzato e ha dato forza risolutiva a bisogni storici che esprimevano i movimenti di solidarietà.</p>
<p>Dall’altro lato ha cristallizzato, omologato queste risposte producendo un distacco conservatore rispetto all’evoluzione delle esigenze materiali e della culture sociali.</p>
<p>Oggi è questo secondo aspetto che tende a prevalere.</p>
<p>La crescente presenza della differenza femminile nel lavoro, la sindacalizzazione degli immigrati,  ,  le reti giovanili, gli spazi sociali di iniziativa che si aprono con il ridimensionamento del welfare, le esperienze di nuovo mutualismo,. la drammaticità della crisi ecologica, possono aprire orizzonti per dare configurazione associativa a nuove  dinamiche della solidarietà,</p>
<p>Mi sembrano presupposti per sviluppi positivi due condizioni: in primo luogo il ripristino del rapporto oggi completamente interrotto tra lavoro e politica; in secondo luogo la presenza di una confederalità sindacale territorialmente diffusa, radicalmente democratica e socialmente pluralista, capace di collegare ambiti della vita e ambiti del lavoro.<!--more--></p>
<p>Cercando ostinatamente le vie d’uscita in casa nostra, non dobbiamo però dimenticare che, mentre si proclamava in Occidente la fine del lavoro, all’inizio di questo secolo si è vista invece la massima diffusione mondiale del lavoro salariato.</p>
<p>La massa enorme delle centinaia di milioni di lavoratori poveri, senza tutele e diritti, è oggi utilizzata in concorrenza rispetto a quel lavoro  che ha conquistato  protezioni e un relativo benessere.</p>
<p>E’ bene tenere  presente che il futuro del lavoro forse si giocherà anche e soprattutto in altri continenti , ad esempio tra i lavoratori e le lavoratrici cinesi, indiani, brasiliani..</p>
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		<title>Massimo Raffaeli. A partire da Volponi</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Oct 2010 12:10:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>istoreco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iniziative]]></category>
		<category><![CDATA[Testi]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervento di Massimo Raffaeli al convegno &#8220;Lavoro e Parole&#8221; A partire da Volponi “La grande industria e la sua scienza non sono il premio per chi vince la lotta di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intervento di Massimo Raffaeli al convegno &#8220;Lavoro e Parole&#8221;</p>
<p><em><strong>A partire da Volponi</strong></em></p>
<p>“<em>La grande industria e la sua scienza<br />
non sono il premio per chi vince la lotta di<br />
classe. Sono il terreno stesso di questa lotta</em>”.<br />
Mario Tronti, <em>Operai e capitale</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p>Parlare di scrittura e lavoro in Italia significa trattare necessariamente di autori che abbiano tematizzato la <strong>fabbrica neocapitalista</strong>, il cui primo testimone è <strong>Ottiero Ottier</strong>i con <em>Donnarumma</em> all’assalto che esce da Bompiani nel ’59, l’anno baricentrico del cosiddetto Miracolo economico. Il suo è il referto di uno choc ambientale prima che storico-sociale, cui dà alimento lo scenario meridionale, tanto più forte perché la precedente letteratura di ispirazione verista e poi neorealista non poteva che essere specchio di un’Italia agricolo-pastorale e artigianale.</p>
<p><span id="more-219"></span>Pochi mesi dopo, il numero monografico di una rivista di punta, “Il Menabò”, avrebbe invocato con l’avallo di firme importanti, nientemeno di Elio Vittorini e Italo Calvino, l’organica rappresentazione del rapporto fra industria e letteratura e cioè del nesso cruciale riguardo a tutto quanto veniva mutando tumultuosamente nel paese. Se l’ultima tranche di una tale attenzione è proprio il romanzo di un celebre transfuga dall’industria paterna (vedi Giovanni Pirelli, A proposito di una macchina, edito da Einaudi nel ’65, dunque in piena congiuntura economica, oltre gli anni del boom), già un maestro e un rivoluzionario delle scienze sociali, Raniero Panzieri, in un suo intervento pubblicato postumo aveva invitato a non appagarsi di una analisi neo-naturalista del cambiamento in atto, la stessa perseguita per altra via con gli strumenti dell’economia e della sociologia accademica, ma a cogliere nella sua complessità e costitutiva ambivalenza il nuovo e persino l’inaudito della società neocapitalistica “la quale &#8211; scriveva- è fondamentalmente una società dicotomica, una società nella quale la rappresentazione unilaterale della scienza che essa ha sviluppato, cioè della scienza della economia politica, lascia fuori l’altra metà della realtà”.</p>
<p><!--more-->Ancora dieci anni prima, un giovanissimo e ignoto narratore esistenzialista, Silvio D’Arzo, aveva segnalato l’irresolutezza di una letteratura divisa (ma sottotraccia complice, collusa) fra Cronaca e Arcadia, vale a dire tra la freddezza del nudo reportage e le evanescenze della tradizionale prosa d’arte: che poi l’una e l’altra, rinfacciandosi l’accusa di anacronismo, si appellassero all’engagement per accoglierlo supinamente o rigettarlo preventivamente, questa era la prova che un mandato sociale agli scrittori era venuto a mancare una volta per sempre e non avrebbe più potuto esserci. Una lettura della metropoli affluente l’aveva data, per esempio, Elio Pagliarani (poeta lirico e sperimentalista, anzi un battistrada della neoavanguardia) con La ragazza Carla, poemetto in versi polimetri scritto fra il ’54 e il ’57 sulla vita quotidiana a Milano di una diciottenne che diviene un’impiegata, una piccolo-borghese, e si trattava di un’opera di straordinaria qualità testuale e novità strutturale, quasi una fosca allegoria dei tempi a venire, però troppo isolata per iscriversi nel senso comune: molti anni dopo ne avrebbe raccolto l’esempio, ma in assolo e in chiave di vibrante antagonismo, il Vogliamo tutto (Feltrinelli) di Nanni Balestrini con la sua copertina rosso sangue datata infatti 1971. Ma, in realtà, che cosa additava D’Arzo e che cosa si augurava Raniero Panzieri? Qualcuno capace di entrare nella fabbrica senza essere un turista occasionale, qualcuno in grado di restituirne sulla pagina l’esperienza complessa senza limitarsi a osservarla da fuori e dall’alto, qualcuno che sapesse finalmente interpretarla, scrutandola da sotto e da dentro. O viceversa.</p>
<p><!--more--></p>
<p>Era un augurio che poteva esaudirsi solo nei termini di un cortocircuito o, insomma, nei modi un autentico paradosso d’autore. Il quale, va subito detto, risponde al nome di Paolo Volponi, uno dei maggiori romanzieri del secondo Novecento, firmatario di un ciclo che si apre con Memoriale (’62) e si chiude con Le mosche del capitale (1989). E’ noto che la sua opera può essere letta come il palinsesto itinerante d’un’epoca (fin dagli apici, perché il ’62 è l’anno culminante del Miracolo, mentre il 1989, annus mirabilis, liquida la Guerra fredda e avvia per proverbio la globalizzazione), come è noto che la sua poetica è contraddistinta da una dialettica nettamente polarizzata: egli è uno squisito poeta lirico, quindi un narratore, ma è insieme un manager di vertice, prima alla Olivetti poi alla Fiat; il suo orizzonte d’attesa alterna i fondali della natìa Urbino, intatta e raggelata nel sogno umanistico, con le asettiche geometrie di Ivrea e delle metropoli circonvicine; nella sua vicenda quotidiana la memoria artigianale e del mondo rurale confligge con i ritrovati tecnologici e gli apporti delle nuove scienze; alla sua personale utopia cooperano, infine, sia l’esempio di Adriano Olivetti (quello di un’industria portatrice di civiltà e garante del progresso come del benessere pubblico) sia il monito di Pier Paolo Pasolini circa i pericoli della omologazione neocapitalista e della integrazione consumista, vale a dire i rischi di un illimitato Sviluppo senza reale Progresso.</p>
<p><!--more-->Tale ambivalenza o lacerazione dialettica, percettibile ad ogni livello, fonda l’opera di Volponi e la attraversa dal principio alla fine senza che possa mai darsi uno spazio di effettiva mediazione o, tanto meno, di risoluzione. Due ne sono ancora le spie: in primo luogo una scrittura che alterna liberamente la prima e la terza persona (ufficialmente a partire da Corporale, 1974) inglobando nel punto di vista e nella fisica pronuncia la totalità dei possibili linguistici: i quali, a loro volta, dilatano lo spazio ambiente della fabbrica alla totalità del mondo e registrano nei fatti del mondo meccanismi e dinamiche che la fabbrica irradia all’esterno fino alla completa reversibilità o identità fra “dentro” e “fuori” di essa; in secondo luogo, il regime di idiosincrasia o di manifesta follia che la fabbrica induce in chi la abita, per cui ogni personaggio di Volponi è un Don Chisciotte illuso di poter guarire e liberare l’universo che invece ne determina l’alienazione e, pertanto, la disumanizzazione. <!--more-->Che parlino in terza persona o dicano “io” per proiezione autobiografica, i personaggi di Volponi sono pharmakòi, capri espiatori all’interno di un processo che li condanna all’inappartenenza, alla infedeltà, all’insubordinazione ma comunque li obbliga a urlare in pubblico il loro diniego e la loro verità sempre scandalosa. Costoro sono imprigionati dentro il cosmo industriale, asserviti, eppure dispongono della paradossale lucidità di chi se ne smarca perché sente il bisogno di osservare, valutare, giudicare senso e prospettiva della vita messa al lavoro: o più semplicemente è indotto a contare le pietre di cui viene lastricato il presunto paradiso, cioè l’inferno di una condizione che non promette alcun altrove. Proprio nel dolore lancinante, nella conclamata follìa, si dà il contrappasso di un’incredula lucidità, di un definitivo straniamento. L’ex contadino di cui parla Memoriale, un personaggio solitario e refrattario, affetto da tisi e inveterato familismo, per conto suo arriva ad una conclusione che disturba, ora come allora, la quiete dei progressisti in quanto ne turba sia la etimologica viltà sia la cattiva coscienza:<!--more--></p>
<p>Nella fabbrica bisogna starci giorno per giorno, avvelenarsi gradatamente; se uno se ne libera<br />
anche per un breve tempo riesce a vederne tutti gli orrori. […] La fabbrica nega qualsiasi sod-<br />
disfazione e quindi è come se dentro di essa il tempo non passasse, il tempo fratello degli<br />
uomini; oppure è come se passasse tutto insieme. La fabbrica è chiusa, di ferro.</p>
<p>Quasi trent’anni dopo, nelle Mosche del capitale, le parole addolorate di un umanista che si trova ad essere un manager in via di liquidazione non distinguono più fra la fabbrica e il mondo o, piuttosto, fra il regime del lavoro e gli assetti della vita quotidiana. Nel romanzo terminale di Volponi tace, esausta e dissanguata, la voce di chi sopravvive alla catena di montaggio o al computer mentre, come ci si trovasse in  una necropoli o in uno spazio totalmente reificato, prendono a parlare gli animali domestici insieme agli strumenti della produzione e del consumo. Per calcolata eccezione, la voce del protagonista è la voce di un uomo fallito ma che al fondo della sua disperazione grida alcune elementari verità che di solito fa comodo ignorare:</p>
<p>La città è peggio della fabbrica. Anche se la fabbrica è imbattibile come cattiveria e prepotenza.<br />
Adesso può permettersi anche di licenziare. Dopo che ti ha sfruttato e istupidito, ti butta fuori. Ti<br />
rimanda in una di queste vie.<!--more--></p>
<p>Si può dire, ad ogni buon conto, che Le mosche del capitale sia un romanzo postdatato. Al crepuscolo degli anni ottanta, il senso comune della letteratura e delle arti è già pesantemente intaccato dal mainstream liberista e dal Pensiero Unico. Alcune parole d’ordine, che i media rendono ubiquitarie, già ripetono come fossero delle ovvietà che la classe operaia ha cessato di esistere; che non ci sono prospettive se non nell’hic et nunc e nel ciclo della appropriazione e del consumo; che il darwinismo sociale, e perciò le risorse della competitività e della selezione, sono tratti elettivi degli esseri umani; che l’eguaglianza è un disvalore o una perigliosa illusione; che il lavoro degli uomini e la stessa economia sono nulla rispetto alla magica immaterialità del flusso finanziario; che opporsi a tutto ciò è stolto, vano, reazionario; che insomma la Storia è finita. <!--more-->Del resto Le mosche del capitale, in un quadro espressivo di corrusca violenza, non aveva registrato e metabolizzato il fallimento dell’ultima occupazione della Fiat e la famosa Marcia dei 40.000? Fatto sta che per vent’anni il lavoro e i lavoratori in carne e ossa spariscono dalla produzione letteraria italiana, dominata e persino colonizzata dalla fiction e dalla serialità di genere, i cui automatismi la consegnano tutta quanta all’intrattenimento: è questa la via del postmodernismo all’italiana, che infatti si caratterizza per la carenza di anticorpi critici o correttivi metalinguistici e per il rapido sopravvenire, all’opposto, di una metafisica del narrare-per-il-narrare con retrogusto tradizionalista, filisteo, circa la “bella storia” o con più laico disincanto per il rebus da sciogliere e il fait divers (sesso/sangue/soldi) da spiattellare nudo e crudo: quanto a ciò, i gialli di Umberto Eco, i ricami rugiadosi di Baricco e le infornate al nero della collana “Stile Libero” di Einaudi sono generi di un’unica specie, vale a dire i campioni di una letteratura decorativa e dimissionaria anche perché battuta in partenza, sul suo medesimo terreno, dal cinema e dalla televisione.<!--more--> (Che il più grande romanzo italiano degli ultimi vent’anni, Un inchino a terra di Franco Cordelli, edito da Einaudi nel ’99, sembri scritto nella terra di nessuno su cui incombe lo spettro di un finanziere avido e corrotto, plagiario e insieme plagiato dal sistema, prima che un’eccezione alla regola esso ne costituisce la riprova). Anche per questo nell’ultimo decennio, esalato il sogno liberista nella dittatura finanziaria, nelle povertà di ritorno e negli sconci delle guerre neocolonialiste, coloro che hanno aperto gli occhi sulla realtà effettuale del lavoro sono stati costretti a riprendere da zero. E cioè dallo schema della testimonianza o della tranche naturalista, sia che visitassero le immani discariche del Sud sia che inseguissero la frammentazione e la perpetua dislocazione dei distretti industriali al Nord. Tali scrittori hanno dovuto alleggerire il bagaglio linguistico-stilistico e pretendere il minimo per aderire ai fatti o disarticolare una realtà la cui percezione era stata mistificata e compromessa da longeve abitudini mediatiche: qui la gamma va dal reportage alla docufiction, dentro una tendenza che Gilda Policastro ha definito di recente “un’epica del sottolavoro”.<!--more--> L’orizzonte comune rivela da un lato il progressivo venir meno delle tute blu e dei lavoratori vincolati a un rapporto di subalternità tradizionale, dall’altro l’estensione gigantesca del precariato e della marginalità. Bastino i titoli di alcuni autori di fisionomia definita, per lo più quarantenni formatisi nel passaggio d’epoca: Il dipendente (Theoria 1995, Feltrinelli 1997) di Sebastiano Nata, libro d’esordio e memoriale di un dirigente di una multinazionale che, nella sua raucedine come nella dura percussività, ha davvero qualcosa di volponiano; Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese… (Einaudi 2006) di Aldo Nove, steso a magnetofono aperto, monodia che insegue un vissuto nella sua falsariga elementare; Pausa caffè (Sironi 2004) di Giorgio Falco, che invece adotta una partitura polifonica, dove stormiscono le voci anonime di chi lavora alla costruzione dell’immaginario sociale ovvero produce soldi esclusivamente a mezzo di soldi; L’età dell’oro (Bompiani 2004) di Edoardo Nesi, Mi spezzo ma non m’impiego (Einaudi 2006) di Andrea Bajani e Vita precaria e amore eterno (Mondadori 2006) di Mario Desiati, tutti scrittori proclivi, sia pure in una tempra volta a volta differente, alla contaminazione con la forma-romanzo; da ultimo, Le risorse umane (Feltrinelli 2006) di Angelo Ferracuti, libro di inchiesta di un autore che ha collaborato a lungo con un maestro del reportage quale il fotografo Mario Dondero. Cogliendo l’intenzione di poetiche che manifestano una sostanziale affinità, così Ferracuti si esprime:<!--more--></p>
<p>Può sembrare temerario parlare di lavoro nell’epoca della fine del lavoro e del precariato diffuso:<br />
è il tema più rimosso di questi anni. I media lo cancellano o lo folklorizzano con eguale effetto<br />
[…] Io sono un narratore e sono uno che vuole capire. Ho attraversato l’Italia. Sono andato alla<br />
ricerca di percezioni di prima mano, ho scansato la cronaca e cercato le storie, l’epica, ho cerca-<br />
to di avere uno sguardo aperto &#8211; a volte sorpreso fino alla meraviglia &#8211; su una geografia umana e<br />
sociale con un retroterra fitto di memorie e di riferimenti (anche letterari).<!--more--></p>
<p>In Italia, beninteso, continuano scriversi romanzi, saggi e poesie di assoluto valore ma non molti altri titoli di pregio potrebbero essere citati a proposito di scrittura e lavoro. Il rischio attuale, semmai, è la codificazione di un ulteriore sottogenere o la sua precoce accademizzazione. Di fronte a certi frutti epigonici o ad ambigue contraffazioni (qui il caso del fortunatissimo Acciaio di Silvia Avallone &#8211; Rizzoli 2010- ha l’evidenza di un sintomo), ne ha segnalato il pericolo il critico Andrea Cortellessa, temendo una inflazione di scritture più sentimentali e “generazionali” che inventive o testimoniali e perciò paventando una casistica dernier cri dell’intimismo postindustriale: “La letteratura del precariato, insomma, è diventata l’Arcadia del nostro tempo. […] Si è precipitati a un piano squisitamente privato, sentimentale, dai toni crepuscolari”. Per questo l’incandescenza di Volponi continua ad essere un antidoto oltre che un esempio, ovviamente, inimitabile. Anche se è il più grande, lo scrittore urbinate non è il solo, tuttavia. Uno dei nostri massimi poeti, Luigi Di Ruscio, emigrato a Oslo nel 1957, per trent’anni operaio metallurgico in uno stabilimento norvegese, firmatario di poemi e romanzi nello stile travolgente e tellurico che può richiamare Hasek o Céline, ha pagato in corpore vili la fabbrica neocapitalista come forse nessun altro. Ne ha scritto per almeno mezzo secolo e da un duplice esilio, cioè da una condizione permanente di subalternità aziendale e da una postazione così dislocata, per lingua/storia/geografia, da rammentare un vero e proprio esilio. <!--more-->Ai suoi occhi solamente in fabbrica, nel ritmo coattivo della produzione, che sia Italia o Norvegia, si vede ciò che l’uomo normalmente fa all’uomo. Lì prende forma la sedicente condizione umana e lì l’intera civiltà umanistica si eclissa, ovvero si smaschera in via definitiva:</p>
<p>chiudere un porco vero nel reparto<br />
non un porco normale<br />
un porco insomma un maiale insomma<br />
chiuderlo nel reparto per otto ore<br />
vediamo come reagisce l’associazione protezione animali<!--more--><br />
vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà il maiale<br />
schianta strozza impazzisce si indemonia<br />
vediamo se è ancora commestibile<br />
vediamo se il sistema nervoso non gli si è spezzato<br />
vediamo se è diventato impotente<br />
con il sesso aguzzato e torto come un cavatappi<br />
se è sopravvissuto allo schianto liberiamo il maiale<br />
portiamolo nelle tante terre abbandonate<br />
e che pascoli e scovi radici e preziosissimi tartufi<br />
sopravvissuto ad uno schianto atroce ora godi<br />
sgambetta liberato respira arie pure sàziati<br />
però la proposta dimostrativa non può essere accettata<br />
il maiale è stato selezionato<!--more--><br />
perché ingrassi tenere bistecche di maiale<br />
sottilissime fette di prosciutto<br />
e ingrassi un grassissimo cervello<br />
per la schifosa coppa di maiale sàziati ingrassa riposa<br />
ti aspetta un lungo coltello<br />
chi lavora in un reparto<br />
è stato selezionato per tutta una cosa diversa<br />
resisti allo schianto per tutta una stagione<br />
sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente<br />
devi resistere intero<!--more--><br />
sarai selezionato sempre meglio sino a che non scoppi<br />
metti un uomo nel reparto<br />
chiudilo dentro per otto ore consecutive<br />
vedi come reagisce<br />
prendi un uomo dell’umanesimo staccalo<br />
dai quadri affreschi dei grandi umanisti<br />
prendi questo uomo umanizzatissimo vedi come reagisce<br />
fare moltissime prove vediamo cosa succede<br />
vedi se diventa pericoloso<br />
(può diventare pericoloso<br />
chi lavora in una fabbrica per infinite ore consecutive<br />
può diventare molto pericoloso<br />
controllate tutti i telefoni<br />
apri il suo cervello vedi cosa medita<br />
misura la sua rabbia<br />
aspetta che scoppi)<!--more--></p>
<p>[L’epigrafe è tratta da Mario Tronti, La linea di condotta, introduzione a Operai e capitale, Einaudi, Torino 1966, poi DeriveApprodi, Roma 2006, p. 10.<br />
Il saggio di Elio Vittorini, Industria e letteratura, è compreso nel numero monografico de “Il Menabò di letteratura”, n. 4, Einaudi, Torino 1961, mentre quello di Italo Calvino, La sfida al labirinto, compare nel successivo n. 5, ivi, 1962.<br />
Di Raniero Panzieri si cita il titolo postumo Uso socialista dell’inchiesta operaia, in Lotte operaie nello sviluppo capitalistico, a cura di Sandro Mancini, Einaudi, Torino 1976, p. 85, mentre di Silvio D’Arzo è richiamato l’articolo Fra Cronaca e Arcadia, “Giornale dell’Emilia”, 10 ottobre 1949, poi in Contea inglese, a cura di Eraldo Affinati, Sellerio, Palermo 1987, pp.88-91. Il poemetto La ragazza Carla ora è in Elio Pagliarani, I romanzi in versi, Mondadori, Milano 1997, pp. 7-35.<!--more--><br />
Le citazioni volponiane sono rispettivamente tratte dalla princeps di Memoriale, Garzanti, Milano 1962, pp. 225-261, e di Le mosche del capitale, Einaudi, Torino 1989, p.19.<br />
Gli interventi critici di Gilda Policastro, Metastorie di ordinario disimpegno, e di Andrea Cortellessa, La lingua del precariato. Dialogo con Aldo Nove, sono nell’inserto monografico Operai della conoscenza, “Alfabeta2”, n. 2, 2010. La dichiarazione di Angelo Ferracuti è nella quarta di copertina del suo Le risorse umane, Feltrinelli, Milano 2006.<br />
La poesia di Luigi Di Ruscio, titolata con il numero progressivo 48, è in Poesie operaie. Scelta antologica, a cura di Angelo Ferracuti e Massimo Raffaeli, Ediesse, Roma 2007, pp. 77-78.]</p>
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		<title>Un progetto di intercultura e memoria a Sassetta</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Oct 2010 09:39:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>istoreco</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[intercultura]]></category>
		<category><![CDATA[sassetta]]></category>

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		<description><![CDATA[Legami di legno e fiabe. E&#8217; questo il titolo del progetto promosso dall&#8217;Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Livorno e dal Comune di Sassetta (LI). Il progetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Legami di legno e fiabe.</strong></p>
<p>E&#8217; questo il titolo del progetto promosso dall&#8217;Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Livorno e dal Comune di Sassetta (LI).<br />
<span id="more-217"></span><br />
Il progetto si inserisce all&#8217;interno delle attività educative promosse dall&#8217;istituto e attraverso l&#8217;uso della fiaba ricostruisce un pezzo di storia significativo del territorio di Sassetta narrandone i cambiamenti culturali e sociali.<br />
In questo quadro si inserisce anche una riflessione decisiva sul <strong>senso dell&#8217;integrazione</strong> e dei <strong>processi di inclusione sociale</strong> come strumenti non solo di affermazione dei diritti ma anche come reale <strong>opportunità di crescita</strong>.<br />
Tutto questo filtrato e mediato dal <strong>linguaggio della fiaba</strong>, così da essere recepito dalle generazioni più giovani ma che più di altre si trovano a vivere contesti di multiculturalità.<br />
<!--more--><br />
<em><strong>Di seguito la fiaba e poi la presentazione del progetto.</strong></em></p>
<p>Sassetta è un piccolo paesino in provincia di Livorno, un classico feudo toscano arroccato su un rilievo di marmo rosso.  E’ un po’ il paesino che si immaginano gli stranieri quando pensano alla Toscana: architettura medievale, boschi a perdita d’occhio, e il mare a una manciata di kilometri. Ma, oltre a essere un posto bellissimo, è la sua storia recente che fa di Sassetta una realtà incredibilmente ricca dal punto di vista sociale e antropologico. A Sassetta, infatti, per molti secoli l’attività principale era stata quella del bosco. Gli uomini tagliavano la legna e facevano il carbone. Poi l’Italia cambiò. Visse il suo boom economico, e molti boscaioli scelsero la via dell’impiego in fabbrica. L’Ilva di Piombino, per esempio. Il paesino e i suoi boschi, così come molti altri, si spopolarono.<br />
<!--more--><br />
Poi, secondo la logica circolare e plurisecolare del continuo ‘andare e venire’ dei popoli, al posto dei tagliaboschi che se ne erano andati, altri ne arrivarono. Erano i primi anni novanta. Le aree balcaniche vivevano uno dei loro momenti più critici, e molti uomini, molte donne, decisero di partire. Alcuni di loro arrivarono proprio a Sassetta, dove il lavoro non mancava: i boschi da tagliare, appunto.<br />
E così, il paese piccolo piccolo, il castello chiuso dalle sue antiche mura, si aprì al mondo, e ricominciò a vivere. Per diventare la Sassetta di oggi: una pacifica comunità multietnica, dove storie e vissuti vicini e lontani si sono intrecciati.<br />
<!--more--></p>
<p><strong>Presentazione del progetto.</strong></p>
<p>Idealizzare o mitizzare una realtà come questa sarebbe sicuramente sciocco:  Sassetta non è sicuramente l’unico posto in Italia dove persone con culture diverse sanno stare insieme. D’altro canto, però, l’Italia è di fatto un paese che ha recentemente rispolverato un razzismo becero e volgare, che trapela dal nostro modo di parlare, di fare il tifo allo stadio, di leggere le dinamiche economiche.  Quindi, sarebbe molto sciocco anche sottovalutare un caso come quello di Sassetta, che ci dà se non altro la prova tangibile che l’intolleranza e la chiusura non sono ineluttabili, non sono genetici ma solo indotti. In altre parole, ci sembra importante poter imparare qualcosa , capire qualcosa, da un pezzettino di microstoria così ricco e prezioso.<br />
<!--more--><br />
Da questo rispettoso interesse nasce il progetto dell’Istoreco (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dal titolo ‘Legami di legno e fiabe’,  che si propone di lavorare con i membri della comunità sassetana  partendo da un importante filo conduttore della loro storia, ovvero il bosco. Visto che ormai uomini e donne di Sassetta hanno imparato a condividere la gestione del potenziale economico della zona, o, in altre parole, a ‘scambiarsi il pane’, è forse giunto il momento di dare loro voce mentre si ‘scambiano le rose’. Fuori di metafora, il progetto si propone di costruire uno spazio culturale nel quale possano confluire le storie, le tradizioni, le memorie sul bosco raccontate dai sassetani di ieri e di  oggi. Storie che, sicuramente, saranno piene di saggezza, e che, ancora una volta, ci permetteranno di scoprire che le paure, le speranze e le passioni degli uomini si assomigliano sempre un po’, anche se vengono da terre  lontane.<br />
<!--more--><br />
Il progetto è stato presentato il 1 maggio scorso, nei boschi di Sassetta, nell’ambito della manifestazione ‘<strong>La via del carbone</strong>’, durante la quale,  come ogni anno, sono state accese  le carbonaie.  <strong>Legami di legno e fiabe</strong> si sta attualmente sviluppando attraverso un costante lavoro con i bambini delle scuole sassetane, con le loro insegnanti e con le loro famiglie, per arrivare a coinvolgere potenzialmente tutta la comunità del territorio. La conclusione del lavoro dell’Istoreco vedrà la <strong>pubblicazione</strong> di un volume dedicato alle <strong>storie dei boschi di Sassetta</strong>, che sarà presentato nella primavera del 2011.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il Lavoro e le Parole. Un convegno per parlare di lavoro.</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Sep 2010 10:29:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>bernini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Venerdì 8 ottobre 2010 presso il Museo di Storia Naturale del Mediterraneo in via Roma a Livorno dalle ore 9 alle ore 22.30 un convegno &#8220;Il Lavoro e le Parole&#8221; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 8 ottobre 2010<br />
presso il Museo di Storia Naturale del Mediterraneo in via Roma  a Livorno<br />
dalle ore 9 alle ore 22.30<br />
un convegno &#8220;Il Lavoro e le Parole&#8221; sulla necessità di tornare a parlare di lavoro.<span id="more-212"></span>Saranno nostri ospiti, intellettuali come Umberto Romagnoli, Pino Ferraris, Vanessa Maher, Massimo Raffaeli, Emanuele Zinato, Catia Sonetti, Giovanni Contini, Emilio Jona, Roberto Silvestri, Rinaldo Gianola.</p>
<p>Parlare di lavoro, oggi, in Italia. Una delle tematiche più urgenti ma anche  quelle dove più forte è la mancanza di referenti autorevoli a cui rivolgersi. La crisi della politica, la crisi delle organizzazioni sindacali, la pesante crisi culturale e morale che il nostro paese attraversa da ormai troppi anni, rende questo argomento urgentemente drammatico e nello stesso tempo uno degli argomenti più elusi, o, talvolta, affrontati in modo episodico, sollecitati dall’emergenza. Basta pensare al caso di Pomigliano, sotto gli occhi di tutti in questi giorni.</p>
<p>Poiché il nostro Istituto è, come recita il suo stesso nome, un Istituto che si occupa oltre che di Resistenza anche di società contemporanea, abbiamo deciso di proporre l’attenzione su questo tema affrontando l’analisi da due angolature diverse ed in contesti diversi. Da una parte con la promozione di una attività con le scuole superiori della provincia su questo argomento, attività che si concluderà a maggio del 2011 con la presentazione degli elaborati degli studenti. Il percorso dal titolo: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro… Percorsi storici e di memoria sul cambiamento del lavoro dal fascismo ai giorni nostri attraverso libertà negate, conquiste democratiche, solidarietà, precarietà e solitudine” cercherà di sviluppare un’indagine che entri nel merito del lavoro, dal punto di vista delle condizioni lavorative, delle libertà garantite o violate (pensiamo alle assunzioni con tessera  durante il regime, pensiamo ai licenziamenti politici degli anni Cinquanta, pensiamo alla flessibilità e precarietà del nostro presente); delle trasformazioni della rappresentanza (dalle corporazioni fasciste ai sindacati di base  dell’attuale contesto, e/o alla totale assenza di domanda sindacale); della trasformazione materiale del lavoro (dal lavoro insieme agli altri dentro fabbriche simili a caserme, o al lavoro nei reparti fordisti del secondo dopoguerra, al singolo chiuso davanti ad un computer o in una scatola di vetro dell’attualità); del sentimento della solidarietà condivisa fino alla solitudine e allo stress da prestazione di questi ultimi tempi;  dello sviluppo del dibattito intellettuale, dalle riflessioni di A. Smith a quelle della S: Weil, o di H. Bravermann; dell’incontro tra lavoratori immigrati e lavoratori italiani, o di quant’altro sarà ritenuto interessante dai docenti coinvolti con i loro studenti.</p>
<p>Su un altro versante abbiamo deciso di promuovere per l’intera cittadinanza un Convegno di profilo alto per la giornata dell’8 ottobre 2010 dal titolo: Il lavoro e le parole.<br />
Mettere l’accento su questi due vocaboli significa da parte degli organizzatori centrare l’attenzione su uno degli aspetti più problematici di questo tema, cioè la difficoltà di parlarne in maniera complessa, analitica, esaustiva e non episodica, né tanto meno sull’onda di un’emozione legata ad una morte bianca. Significa affrontare questa tematica con gli strumenti interpretativi di discipline diverse che da anni, magari senza troppo clamore, e senza spesso incrociarsi con un ascolto critico, hanno continuato a lavorare intellettualmente sul lavoro, sul suo significato, sui  possibili modelli interpretativi.</p>
<p>Non solo. Poiché il 2010 è anche l’anno in cui ricorre l’anniversario dello Statuto dei lavoratori, questa pare l’occasione giusta per proporre una riflessione a largo spettro sul lavoro in chiave storica, sociale, giuridica, antropologica, letteraria e culturale. L’obiettivo è quello di provare a ripartire con una discussione su questo argomento, una discussione divisa in sostanza in due momenti: il primo è costituito dalle comunicazioni dei numerosi relatori che parleranno di lavoro con passione, competenza e sguardo critico, il secondo, quello del dibattito serale, si articolerà sull’incontro tra i primi soggetti e il mondo del lavoro, cittadini comuni e sindacalisti, rappresentanti politici e imprenditori nel desiderio di ricominciare a tessere una relazione indispensabile per tutti.</p>
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		<title>Le foto del convegno dell&#8217;8 settembre</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Sep 2010 10:47:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>bernini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo alcune delle foto relative al convegno dell&#8217;8 settembre scorso promosso dall&#8217;Istituto Storico della Resistenza di Livorno. Su nostro profilo facebook istorecolivorno il set completo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblichiamo alcune delle foto relative al convegno dell&#8217;8 settembre scorso promosso dall&#8217;Istituto Storico della Resistenza di Livorno.<br />
Su nostro profilo<span id="more-209"></span> facebook istorecolivorno il set completo.</p>
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